Napoli, caos negli ospedali: minacce ai medici nel feudo del clan Contini

Napoli, caos negli ospedali: minacce ai medici nel feudo del clan Contini

Al San Giovanni Bosco di Napoli, il dolore e la speranza si mescolano con un’altra realtà, quella dei poteri criminali che infilano le loro mani in un luogo di cura. In questi corridoi, infatti, la vita di tanti pazienti sembra dipendere non solo dai medici, ma anche dall’arbitrio di un sistema che dovrebbe, invece, garantire loro protezione e salute. “È una zona di controllo”, spiegano le forze dell’ordine, con un tono che lascia trapelare il peso della situazione.

Dentro il nosocomio, il clan Contini non si limita a riscuotere il pizzo, ma è un vero e proprio attore centrale. Qui, camorristi e affiliati lavorano a fianco di infermieri e portantini. “Ciò che abbiamo scoperto è agghiacciante”, racconta un investigatore, “l’infiltrazione è talmente profonda che i malati, molti dei quali in condizioni disperate, sono completamente senza tutela”.

C’è chi parla di pazienti usati come pedine, di visite accelerate o bloccate in base a un mero calcolo di opportunità. E a testimoniare il clima asfissiante che regna nelle stanze dell’ospedale ci sono le parole di un testimone oculare, che rivela: “Ci sono sempre sguardi indagatori nella sala d’aspetto, la gente lo percepisce. È come se ognuno sapesse, in silenzio, che qui ci sono leggi non scritte”.

E poi c’è il bar dell’ospedale, un apparente luogo di passaggio. Chiacchiere, caffè, ansia per un intervento imminente. Ma per alcuni, è anche un crocevia di affari illeciti. “Lì si decide chi ha diritto a che cosa”, spiega Teodoro De Rosa, un ex affiliato al clan. “La gestione del bar era essenziale per il riciclaggio del denaro sporco. Nella nostra mente e nei nostri cuori, sapevamo che era tutto parte del gioco”. I camorristi entrano nei reparti, non solo per intimidire, ma per partecipare attivamente alle decisioni sanitarie.

Salvatore Botta, la figura chiave, era un semplice portantino, ma per molti era il re della corsia. “Non era uno da dire di no”, continuava De Rosa. “Le chiamate ai sindacalisti venivano sempre seguite da una minaccia. Questo clima di terrore era la nostra quotidianità”. Così, i pazienti rimanevano vittime di un doppio gioco, tra salute e mafia.

E mentre si scoprono dettagli inquietanti, i cittadini si chiedono quanto pesi la presenza del crimine sulla propria vita cotidiana, a Napoli come in altre città, dove il confine tra illegalità e normalità si fa sempre più labile. Le storie di chi si ribella e di chi capitola si intrecciano, e ciò che emerge è un mosaico complesso fatto di speranza, paura e un urgente desiderio di giustizia. Come ne usciranno i malati, e quale sarà il destino di un ospedale che è diventato, contro ogni logica, un campo di battaglia?La scena è agghiacciante: l’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, un presidio di vita, è diventato teatro di una guerra silenziosa. Una guerra in cui il sangue e i favori si mescolano, dove le corsie sono più che mai affollate, ma non di pazienti. Le intercettazioni parlano chiaro: “I pazienti non sono più un problema, noi abbiamo le spalle coperte,” racconta un’indagine che segna il confine tra salute e malavita.

I protagonisti di questa storia sono i Botta, clan ben radicato nel tessuto sociale di Napoli. “È tutto sotto controllo,” afferma un investigatore che ha seguito da vicino la vicenda. Le connessioni si intrecciano tra quartieri e corridoi ospedalieri, lasciando intravedere un sistema di nepotismo e illegalità. In questo ambiente torbido, chi è in cerca di un servizio sanitario deve prima rendere omaggio alla camorra.

Ne emergono figure emblematiche, come Angelo Botta, descritto come un “centro prenotazioni VIP”. Un semplice tentativo di ricevere cure può trasformarsi in un incontro ravvicinato con il clan. “Basta dire che sei la nipote di Angelo,” racconta una donna in una conversazione che fa rabbrividire. Mentre i cittadini onesti sono costretti a rispettare lunghe liste d’attesa, per “gli amici degli amici” ogni porta si apre in un attimo.

Non ci sono solo favori: qui si parla di intimidazioni e minacce. Un medico, terrorizzato, chiama il clan invece delle forze dell’ordine. “Ma non venire solo tu,” si sente in una delle conversazioni intercettate, segno di una rete di protezione che va ben oltre la professionalità.

La situazione si aggrava quando i Botta non si fermano all’assistenza sanitaria. Altri clan sono coinvolti, creando veri e propri “bancomat dei favori”. Le alleanze camorriste si tessono, cementando legami attraverso il dolore di famiglie e innocenti. “Abbiamo aiutato a far rimanere in ospedale detenuti,” conferma De Rosa. L’ospedale diventa così non solo un luogo di cura, ma un deposito di segreti e violenze.

È difficile credere che uno dei punti nevralgici del sistema sanitario napoletano sia un teatro di guerra per il controllo camorristico. La testimonianza di Orefice è straziante: “I corpi degli sventurati vengono lasciati qui,” denuncia, svelando la cruda realtà di un’istituzione piegata alla criminalità. “È sotto controllo,” ribadisce, confermando un’umanità ridotta a merce di scambio.

Cosa resterà di questa realtà? In quante altre parti della città i camici bianchi sono più vulnerabili delle divise verdi? La domanda rimane aperta, e l’eco di queste rivelazioni continua a rimbombare tra le strade di Napoli, mettendo alla prova il coraggio e la dignità dei suoi cittadini.

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