Napoli: uno sconto di pena riaccende le ferite dell’omicidio del sovrintendente Attianese
Napoli – La decisione della IV Sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli di ridurre la pena a Salvatore Allard ha suscitato forte indignazione e dolore tra i familiari di Domenico Attianese, il sovrintendente della Polizia di Stato ucciso quasi quarant’anni fa durante un tentativo di sventare una rapina. Allard, inizialmente condannato a 30 anni di reclusione, vede ora la sua pena ridotta a 22 anni.
La sentenza è stata emessa il 14 ottobre 2023, accogliendo la richiesta della difesa, rappresentata dall’avvocato Domenico Dello Iacono, che ha sostenuto l’applicazione di attenuanti generiche. Questa decisione ha creato un contrasto significativo con la sorte del complice Giovanni Rendina, per il quale è stata confermata la condanna a 30 anni durante la precedente udienza.
Un cold case risolto con nuove tecnologie
La vicenda giudiziaria di questo omicidio è emersa come un caso irrisolto, portato alla luce grazie all’applicazione di tecnologie investigative moderne. Nel febbraio 2024, nuove analisi sulle impronte digitali hanno identificato Allard e Rendina, ponendo così fine a decenni di impunità. Un primo processo, svoltosi nel 1996, si era concluso senza arresti.
Tuttavia, nell’estate del 2024, Allard ha presentato un memoriale confessorio in cui affermava: «Se potessi tornare indietro farei di tutto per fermare quell’uomo», riferendosi a se stesso. Nonostante ciò, ha omesso di menzionare il “terzo uomo” coinvolto nel crimine, attualmente ancora a piede libero.
Questa omissione ha influito sulla prima sentenza, quando il Giudice per l’Indagini Preliminari, De Lellis, ha negato ogni attenuante. Tuttavia, la Corte d’Appello ha adottato un approccio diverso, decidendo di concedere sconti di pena.
Le reazioni dei familiari di Attianese
La sentenza ha suscitato la rabbia e la frustrazione della famiglia Attianese, assistita dall’avvocato Gianmario Siani. Carla Attianese, figlia del sovrintendente, ha dichiarato di sentirsi delusa da un pentimento che appare superficiale. «Se l’imputato si è redento, perché non fa il nome del terzo uomo? E perché tale atto di contrizione è arrivato solo dopo essere stato inchiodato dalla scienza?», ha commentato con amarezza.
Carla Attianese ha concluso con una nota di tristezza: «Speriamo che il resto della pena venga effettivamente scontato. Per noi familiari, purtroppo, non esiste nessuna attenuante generica».
Il tragico episodio del 1986
Il ricordo di quella tragica serata del 4 dicembre 1986 rimane vivido. Nella gioielleria Romanelli a Pianura, i banditi stavano tenendo in ostaggio i titolari durante una brutale rapina. La figlia quattordicenne di Attianese, passando nelle vicinanze, corse a chiamare il padre, che si trovava a casa vicino al negozio. Attianese, libero dal servizio, intervenne prontamente per proteggere i cittadini. In seguito a una violenta colluttazione, venne disarmato e colpito a morte con un proiettile alla testa.
A distanza di quasi quarant’anni dall’evento, la giustizia si ritrova a scrivere un nuovo capitolo, mentre la figura del terzo complice rimane avvolta nel mistero, continuando a sollevare interrogativi senza risposta. Le indagini proseguono, e i familiari di Attianese attendono che la giustizia venga pienamente restituita.