L’ospedale di Secondigliano sotto il controllo del clan Contini: un giallo sconvolgente

L’ospedale di Secondigliano sotto il controllo del clan Contini: un giallo sconvolgente

Napoli, un oscuro labirinto di corruzione e illegalità si dipana tra le corsie del San Giovanni Bosco. «Qui chiunque del clan ha bisogno, là ottiene quello che vuole», dice Pasquale Orefice, collaboratore di giustizia. Un racconto shockante che rivela un’alleanza tra criminalità organizzata e una delle strutture sanitarie più frequentate della città.

Nei corridoi di questo ospedale, l’accesso ai servizi era una questione di contatti. Niente triage per chi conosceva l’uomo giusto. Bastava fermarsi al bar e la corsia diventava una scorciatoia. Medici pronti a garantire diagnosi make-up in cambio di favori. «L’ospedale San Giovanni Bosco è un gran casino», continua Orefice, descrivendo un ecosistema di complicità e favoritismi.

Dalla gestione abusiva del parcheggio a quella delle assunzioni pilotate, il clan Contini ha tessuto una tela di controllo. I parcheggiatori abusivi, racconta Orefice, erano affiliati, connessi da legami di sangue. «Una volta che l’appalto è stato formalizzato, hanno legalizzato i familiari», conferma. Le ditte incaricate, pur avendo ottenuto l’appalto, erano costrette a reclutare personale legato al clan.

La denuncia non si ferma qui. Quel bar all’ingresso del pronto soccorso si trasforma in un’anticamera privilegiata. «Mio fratello cadde da un furgone e andò al San Giovanni Bosco col polso slogato», racconta Orefice. Grazie a quel passaggio strategico, ottenne il referto senza attendere. Un meccanismo collaudato, un passaggio da bar a pronto soccorso che copriva un giro di truffe.

Il fulcro di tutto? Il mercato nero delle assicurazioni. «Li chiamo il condominio», afferma Orefice, riferendosi a coloro che orchestrano le truffe insieme ai medici compiacenti di diversi ospedali. «Oggi il clan pretende mille euro al mese da ognuno di quelli che organizzano le truffe», aggiunge, svelando una rendita criminale che prospera sotto gli occhi di tutti.

La filiera è ben rodata: lesioni vere o simulate che si trasformano in incidenti stradali, con referti già concordati. «Gestiscono i sinistri falsi e si servono dei medici del San Giovanni Bosco che gli fanno i referti», sostiene Orefice. Ma ci si chiede: quante altre strutture sanitarie sono permeabili a simili infiltrazioni? E fino a quando questo modus operandi rimarrà impunito in una città che, tra le sue meraviglie, nasconde anche queste ombre?Nel cuore di Napoli, una realtà inquietante emerge dalle ombre. Un ospedale, il San Giovanni Bosco, diventa il centro di una rete clandestina gestita dalla camorra. «Chiunque del clan ha bisogno, là ottiene quello che vuole», racconta un ex affiliato, fissando le parole con un velo di rassegnazione.

L’ospedale, da sempre simbolo di speranza e cura, si trasforma in un luogo di affari e favoritismi illegali. I medici? Niente minacce o paura, ma una convenienza economica che li lega a un sistema di corruzione. «I medici guadagnano. Si sono perfettamente inseriti nella situazione criminale del quartiere», afferma Orefice, un pentito volenteroso di svelare la verità.

Nei corridoi, il pronto soccorso diventa un ufficio del clan. Qui, tra attese patetiche e dolore, i camorristi si incontrano per definire affari. «Botta Carmine è il referente del clan per il San Giovanni Bosco», confida l’ex fedelissimo, vociando scandali che dipingono una Napoli ben lontana da quella turistica.

Le infiltrazioni non si fermano ai medici. Ristoranti e bar dell’ospedale sono gestiti da parenti di affiliati. «All’ospedale, in vari ruoli, lavorano parenti di affiliati o affiliati stessi», spiega Orefice, che descrive un meccanismo opprimente, dove chi non ha legami con il clan è costretto a pagare per un lavoro altrimenti negato. Un sistema che alimenta una rete di consenso e paura.

E non finisce qui. Il clan si è preso anche il mercato dei falsi incidenti, un’attività che genera introiti facili, a discapito di cittadini ignari. «Gli organizzatori pagano una quota al clan», svela il collaboratore. È un’abitudine prestabilita, una tassa sulla vita, dove il dolore di un incidente si trasforma in profitto illecito.

La centralità strategica del San Giovanni Bosco affiora in ogni dichiarazione. «È un luogo protetto, che gli serve», dice il collaboratore, con toni che richiamano a una sorta di sacralità criminale. A Napoli, dove la speranza fatica a trovare un varco, ospedali come questi raccontano di una lotta strisciante, invisibile ma presente. Qual è la prossima mossa di un sistema che, per il momento, sembra invincibile?

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