Nel processo Tsunami di Castellammare si chiude un capitolo: assolti i D’Alessandro, condanne per Bellarosa e Lucchese.

Nel processo Tsunami di Castellammare si chiude un capitolo: assolti i D’Alessandro, condanne per Bellarosa e Lucchese.


“La giustizia fa un passo indietro nel processo ‘Tsunami’: le ombre del clan di Scanzano si dissolvono” #Giustizia #Tsunami #Scanzano

La tensione era palpabile nell’aula della Corte d’Appello di Napoli, dove oggi si è decisa la sorte del processo “Tsunami”, un capitolo cruciale dell’inchiesta sulla cosca di Scanzano, che dall’ormai lontano 2005 ha gettato luce su una realtà oscura e intrisa di paura. I colori smorti delle pareti e l’eco dei passi degli avvocati hanno fatto da sfondo a una giornata di verdetti pesanti e ambigui.

In questo segmento del procedimento, i giudici hanno решилo di confermare in gran parte l’impianto di condanne stabilito in primo grado nel 2020: scritto nella storia del processo è il nome di Nunzio Bellarosa, che dovrà scontare 7 anni, e di Antonio Lucchese, condannato a 5 anni e 10 mesi. Ma oltre a questi verdetti, un vento di assoluzioni ha soffiato attraverso i nomi più noti del clan.

Un raggio di speranza ha illuminato il volto di Teresa Martone, vedova di Michele D’Alessandro, scagionata insieme al figlio Pasquale e al cugino Michele. Difesi dagli avvocati Gennaro Somma e Renato D’Antuono, hanno ritrovato un po’ di pace in un contesto che da anni viene avvolto da ombre e sospetti.

Le richieste dell’accusa e l’esito del giudizio

Impegnata a battere la strada dell’accusa, la Procura generale aveva formulato richieste severe: 12 anni per Michele D’Alessandro, 6 per Pasquale, 3 per Teresa Martone, e addirittura 10 anni per Bellarosa e 12 per Lucchese. Sfumature di rigidità che, tuttavia, non sono bastate a rovesciare le assoluzioni già emesse in primo grado; anche oggi, il peso delle accuse non ha retto il vaglio della giustizia.

Il presunto “pizzo” sugli appalti e i cantieri

La complessità dell’inchiesta ha messo a nudo un sistema estorsivo, un intreccio nascosto capace di strangolare lavori pubblici e attività economiche. Si parlava di imprenditori costretti a versare il 5% del valore degli appalti, come se fosse un pedaggio da pagare alla cosca per “lavorare tranquilli”. Un vero e proprio giogo che ha pesato sull’economia locale.

A sostegno di queste accuse, gli investigatori hanno utilizzato un’armatura di intercettazioni telefoniche e ambientali, strumenti resi indispensabili per mappare i legami fra imprenditori e membri del clan. Tuttavia, l’eco delle parole pronunciate nel silenzio delle telefonate non è riuscito a costruire un muraglione di condanne, lasciando invece un barlume di speranza per chi, da anni, vive nell’incertezza di queste dinamiche oscure.

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