Cronaca
Napoli, fine della fuga per il «comandante» Ordine di Hagal: Ammendola stanato in Polonia
Napoli – Si conclude nel freddo dell’Est Europa, dove il conflitto ucraino favorisce chi si nutre di ideologie estreme.
Napoli – La latitanza di Maurizio Ammendola, leader dell'«Ordine di Hagal», è finita in Polonia dopo quattro mesi di fuga, grazie a un'operazione congiunta di Digos e Interpol che ha consegnato alla giustizia un uomo accusato di pianificare atti di terrorismo in Campania, aprendo nuovi scenari.
Napoli – Il cerchio si è chiuso nel cuore freddo dell’Est Europa, lì dove le tensioni del conflitto ucraino offrono il mimetismo perfetto per chi vive di ideologie estreme. È finita in Polonia la latitanza di Maurizio Ammendola, considerato dagli inquirenti il capo indiscusso dell’«Ordine di Hagal», l’organizzazione eversiva di stampo neonazista con radici profonde tra Napoli e il Casertano.
Il blitz, scattato all’alba grazie a un’operazione congiunta di Digos e Interpol, ha messo fine a una fuga durata quattro mesi. Agli agenti non è restato che notificare il Mandato di Arresto Europeo (MAE): le manette ai polsi sanciscono il capolinea per l’uomo che, secondo la Dda di Napoli, progettava di seminare il terrore “in grande stile” in Campania. Ora spetterà all’autorità giudiziaria polacca ratificare il provvedimento, in una procedura seguita passo dopo passo dal procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro.
La beffa del braccialetto e la fuga
Per comprendere la caratura criminale del personaggio, bisogna riavvolgere il nastro allo scorso 2 ottobre. È il giorno della “beffa”. La Cassazione conferma le condanne del processo istruito a Napoli: per Ammendola la pena definitiva è di cinque anni e sei mesi. Ma quando le forze dell’ordine vanno a prelevarlo nel suo domicilio nel Casertano, lui non c’è più.
Ammendola aveva giocato d’anticipo: tranciato di netto il braccialetto elettronico, si era dileguato nel nulla sfruttando il favore delle tenebre e, molto probabilmente, una “staffetta” di auto pulite pronte a scortarlo fuori dai confini nazionali. Una fuga da manuale, pianificata nei dettagli, che ha permesso al leader neonazista di attraversare mezza Europa indisturbato.
L’arsenale ideologico e il progetto stragista
Non è un criminale comune quello fermato in Polonia, ma la mente di un gruppo che, secondo le indagini condotte dal pm Claudio Onorati e dal collega della Dna Antonello Ardituro (sotto il coordinamento del procuratore di Napoli Nicola Gratteri e del capo dell’Antiterrorismo nazionale Gianni Melillo), viveva di un mix delirante di suprematismo, arianesimo e negazionismo della Shoah.
Ma oltre all’ideologia, c’era la pratica. Le intercettazioni e l’analisi dei server criptati hanno restituito uno scenario inquietante: addestramenti paramilitari, reperimento di armi e un piano concreto per colpire un noto centro commerciale alle porte di Napoli. Un attentato che avrebbe dovuto segnare il salto di qualità dell’organizzazione. La pericolosità del gruppo era tale che, durante il processo, lo stesso pm Onorati è finito sotto scorta per le pesanti minacce di morte ricevute.
I fiancheggiatori e il “testamento” nel covo
Con la cattura di Ammendola si chiude il capitolo giudiziario principale, ma se ne apre uno investigativo ancora più delicato. La Procura vuole i nomi dei fiancheggiatori. Come è arrivato Ammendola in Polonia? Chi gli ha fornito documenti, soldi e alloggio per quattro mesi?
Gli inquirenti stanno rianalizzando quanto trovato nel covo abbandonato a ottobre: oltre ai soliti vessilli con svastiche e rune, è emerso quello che sembra essere un “testamento ideologico”. Messaggi in codice e appunti che potrebbero rivelare l’esistenza di una “rete di soccorso nero”, un network internazionale capace di proteggere i propri “soldati” e garantire latitanze prolungate. La cattura in Polonia non è la fine dell’indagine, ma un nuovo punto di partenza per smantellare le ramificazioni dell’odio tra la Campania e l’Est Europa.
