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Cronaca

Sequestro choc a Sant’Antonio Abate: veleni nel Sarno, il fiume è in pericolo!

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Sequestro choc a Sant’Antonio Abate: veleni nel Sarno, il fiume è in pericolo!

Nel cuore di Sant’Antonio Abate, un’altra pagina buia si aggiunge alla cronaca ambientale della Campania: un impianto di macellazione è stato bloccato per aver riversato direttamente nel fiume Sarno reflui industriali carichi di sostanze nocive. Come ci racconta un residente esasperato, “qui la salute del fiume è sacrificata al profitto”. Il Sarno scorre come una ferita aperta, e questo episodio non è solo un reato, ma un affronto quotidiano per chi vive con l’ombra di uno dei fiumi più inquinati d’Europa.

I Carabinieri del Gruppo per la Tutela dell’Ambiente di Napoli hanno messo i sigilli allo stabilimento della “IN.C.E.B. SUD s.r.l.”, scoprendo un’operazione illegale che aggirava sistematicamente le norme ambientali. Questa incursione fa parte di un’indagine più vasta, “Rinascita Sarno”, incoraggiata dalla Procura di Torre Annunziata, che da anni cerca di stanare le cause di un inquinamento endemico. Una lotta che, come sanno bene gli abitanti del luogo, spesso si scontra con resistenze radicate e una rete di complicità tacite.

Questo sistema di evasione riflette una mentalità diffusa: invece di investire in trattamenti adeguati, l’azienda scaricava i reflui – contaminati da sangue e scarti organici – direttamente nella fognatura pubblica, aggravando ulteriormente la già critica situazione del Sarno. È una scorciatoia che costa cara alla nostra terra, dove i fiumi non sono solo corsi d’acqua, ma parte dell’identità di intere comunità.

Le analisi dei laboratori hanno rivelato livelli allarmanti di sostanze tossiche, ben oltre i limiti legali. Non solo: l’impianto operava senza le necessarie autorizzazioni, gestendo dieci dipendenti e producendo fino a 50 tonnellate di carcasse al giorno. È inevitabile chiedersi come tali attività possano prosperare sotto gli occhi di tutti, mentre il controllo urbanistico resta un miraggio in questo quartiere.

Questa operazione si inserisce in un quadro investigativo più ampio sul bacino del Sarno, che non si limita agli scarichi industriali. Include anche i rifiuti fecali di alcuni comuni privi di infrastrutture adeguate. Con oltre 325 controlli effettuati dalla Procura, i numeri parlano chiaro: 191 esiti negativi, 61 sequestri e 204 denunce. È un bilancio che dimostra l’impegno, ma sottolinea anche la gravità di un problema radicato, con decenni di negligenza alle spalle.

Chi vive e respira quest’aria, non può che commentare con speranza e scetticismo: il sequestro è un passo necessario, ma serve molto di più per una vera rinascita. Ogni giorno che passa è una sfida per cambiare una cultura che continua a sacrificare l’ambiente sull’altare dell’economia. Riusciremo a trasformare il Sarno da simbolo di abbandono a un orgoglio locale? La risposta è nella volontà di tutti noi.

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