Nell’Agro Nolano, il clan Russo e i suoi legami oscuri: come camorra, politica e affari prosperano nel silenzio complice.

Nell’Agro Nolano, il clan Russo e i suoi legami oscuri: come camorra, politica e affari prosperano nel silenzio complice.

#LaCamorraSilenziosaNellAgro: Come il clan Russo tesseva la sua rete invisibile a Nola e dintorni

Nell’Agro nolano, dove le strade familiari nascondono storie di potere sotterraneo, l’ultima operazione antimafia ha squarciato il velo su un clan che aveva affinato l’arte del controllo discreto, preferendo la strategia al confronto diretto. Come cronista del territorio, mi chiedo spesso quanto questo “silenzio calcolato” sia radicato nelle nostre comunità, dove il quieto vivere maschera legami pericolosi. Non è solo una retata di 44 arresti: è un monito su come la camorra si sia evoluta, infilandosi nelle pieghe della vita quotidiana, dai palazzi comunali alle aule elettorali.

Questa inchiesta, condotta dalla Direzione distrettuale Antimafia, ha delineato un meccanismo ben oliato nel cuore di Nola, Cicciano e Casamarciano. Il clan Russo, una presenza storica e ingombrante in zona, aveva costruito un’influenza pervasiva, estendendosi dalle amministrazioni locali agli uffici tecnici e persino alle transazioni immobiliari collegate alla Curia. Sono 62 gli indagati in totale, tra cui figure di spicco legate al clan Licciardi di Secondigliano, antichi alleati. Ma ciò che colpisce, come un abitante di queste parti, è come questo sistema si nutrisse di discrezione, evitando lo scontro per favorire accordi muti e redditizi.

Tutto ruotava intorno a un patto elettorale non dichiarato, che secondo gli inquirenti ha influenzato le ultime consultazioni a Cicciano e Casamarciano. Non si trattava di coercizioni platee, ma di un sostegno sotterraneo che garantiva voti in cambio di favori futuri. “Alcuni candidati che avevano accettato l’accordo economico col clan in cambio di voti… sono stati eletti”, ha spiegato il maggiore Andrea Coratza, comandante del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna. Aspiranti consiglieri, da vari schieramenti politici, accettavano appoggio senza contatti diretti: tutto passava per intermediari fidati, figure locali che conoscevo bene, abili a promettere senza lasciare tracce. Un’intercettazione catturata dagli investigatori riassume il clima: “Quelli là devono ricordare chi gli ha fatto prendere i voti… poi quando serve una mano ce la devono dare, senza storie”. Il risultato? A Cicciano, alcuni di quei candidati finirono in maggioranza; a Casamarciano, all’opposizione. Il clan non badava alle ideologie: puntava solo ai propri interessi, e come locale, mi domando quante volte abbiamo voltato lo sguardo altrove per non turbare questo equilibrio.

Il vero volto di questo potere si svela nelle storie di intimidazione psicologica, più insidiose di una minaccia fisica. Pensate all’ingegnere dell’Ufficio Tecnico di Nola, una professionista navigata tra permessi edilizi e vincoli urbanistici. Un ex consigliere comunale, accusato di parlare per conto del clan, le si è presentato con parole che pesavano come un’ombra: “Stai attenta a quello che fai…”. Non c’erano armi in vista, solo un “consiglio” per accelerare pratiche edilizie legate agli interessi dei Russo. Lei ha avuto il coraggio di denunciare – l’unica in tutta l’inchiesta. Come ha sottolineato il maggiore Coratza: “In un territorio apparentemente tranquillo nessun imprenditore ha denunciato estorsioni… Il clan si stava ripulendo, alzando il livello con attività più raffinate”. Da qui, nel mio Agro, dove conosco le dinamiche di quartiere, vedo una camorra che non urla più, ma sussurra, rendendo la paura un’alleata invisibile.

Evoluzione è la parola chiave per descrivere il clan Russo oggi. Mentre la vecchia guardia restava legata a metodi tradizionali come estorsioni e controllo fisico, una nuova ala, guidata da Michele Russo – un laureato in ingegneria di 44 anni, figlio di un boss ergastolano – ha introdotto un approccio “manageriale”. Invece di estorcere denaro apertamente, i Russo inserivano i loro in studi professionali, imponendo consulenze e intermediazioni. Come emerge da una conversazione intercettata: “Se passa lui nei lavori, tutti stanno più tranquilli… sanno chi è”. Il cognome bastava come garanzia, e gli imprenditori lo accettavano non per paura evidente, ma per una convenienza tacita. È questa la camorra “elegante” che ho visto crescere nel mio territorio: non più la pistola, ma il networking, che rende tutti complici senza che se ne accorgano.

L’inchiesta arriva perfino ai confini dell’ecclesiastico, con un episodio che coinvolge un dipendente della Curia di Nola. Secondo le ricostruzioni, questi avrebbe orientato la vendita di un terreno verso una società affine al clan. Non si tratta di un coinvolgimento diretto della Curia, ma è un segnale di quanto la rete dei Russo si estendesse in luoghi inattesi. Come ha ammesso il maggiore Coratza: “Anche la Curia, indirettamente, ha fatto le spese dei metodi del clan”. Da cronista locale, questo mi fa riflettere su come persino le istituzioni più rispettate possano essere sfiorate da questi tentacoli, in un’area dove la fiducia è già fragile.

Gli ufficiali dell’Arma non risparmiano critiche. Il generale Biagio Storniolo, comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli, riassume: “È una camorra che controlla tutte le attività sul territorio. Che si infiltra nell’imprenditoria, nel tessuto economico, nel ramo immobiliare, nelle compravendite, nel gioco d’azzardo. Una camorra che cresce.” E il tenente colonnello Paolo Leoncini aggiunge: “Abbiamo visto una camorra evoluta, capace di operare con metodi raffinati. Le indagini hanno richiesto tecnologie informatiche avanzate.” Le prove? Intercettazioni, monitoraggi digitali e analisi economiche che dipingono un quadro moderno di una mafia adattata ai tempi.

Alla fine, il vero problema dell’Agro nolano è quel silenzio auto-imposto che alimenta il sistema. Perché nessuno denunciava? Come spiega l’inchiesta, il clan offriva “soluzioni” e “aiuti”, trasformando potenziali vittime in partner inconsapevoli. Oggi, con questi 44 arresti, la rete dei Russo ha incassato un duro colpo, ma da qui, nel mio territorio, so che la lotta è lontana dalla fine. La camorra che sussurra, basandosi su convenienze e non su violenza, è la più tenace. Ora spetta a noi, istituzioni e cittadini, rompere questo silenzio perenne, prima che diventi la nostra norma. L’Agro nolano merita di più di questa calma apparente, che nasconde pericoli ben più profondi.

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