#FamigliaNelBoscoRompilSilenzio: I genitori smentiscono le accuse di rifiuto di aiuti, rivendicando il loro impegno per i figli
In questi giorni, in cui le nostre valli e i boschi della zona parlano più di mille documenti burocratici, la vicenda della “famiglia nel bosco” torna a far discutere, con i genitori che finalmente replicano alle critiche con una lettera aperta. Qui, dove la convivenza tra tradizione rurale e regole moderne è spesso un campo minato, Nathan e Catherine non si limitano a difendersi, ma invitano a una riflessione più profonda su come le istituzioni locali gestiscano casi del genere. È una storia che conosco bene, avendone seguito le evoluzioni in prima persona: una miscela di passione per la vita outdoor e attriti con la burocrazia, che rischia di lasciare ferite profonde nella comunità.
La coppia, ormai familiare a tutti noi che viviamo in queste aree montane, ha rotto il silenzio per chiarire i malintesi sorti intorno alla loro situazione. Al centro di tutto, c’è l’allontanamento dei loro tre figli, deciso dal Tribunale per i Minorenni dell’Aquila in una vicenda che ha mescolato polemiche mediatiche e questioni familiari. “L’istruzione dei bambini è la nostra priorità, ma documenti decisivi sono arrivati tardi”, scrivono, evidenziando un problema che non è solo loro, ma che rispecchia le lentezze amministrative tipiche del nostro territorio. Come cronista locale, non posso fare a meno di notare come queste ritardate risposte burocratiche – forse dovute a risorse limitate o a una scarsa coordinazione tra enti – finiscano per penalizzare famiglie che provano a vivere in armonia con la natura, un valore che qui è sacro quanto l’aria che respiriamo.
Nella lettera, Nathan e Catherine affrontano direttamente le accuse che li ritraggono come isolati e ostinati. “Ancora questa mattina continuiamo a leggere che saremmo testardamente arroccati su posizioni intransigenti e rigide”, lamentano, e poi ribadiscono: “Non è assolutamente vero. Non sappiamo da chi queste notizie siano state veicolate, ma è certo che chi lo ha fatto ha posto in essere una condotta scellerata e falsa”. È un’accusa forte, che come giornalista non posso ignorare: da queste parti, dove le voci corrono veloci tra i paesi, le indiscrezioni possono rovinare vite prima ancora che i fatti vengano verificati. La coppia insiste sul fatto che non vogliono rinunciare alla loro filosofia di vita immersa nella natura, ma sono aperti al dialogo con i servizi sociali e il Comune. Specialmente per quanto riguarda un alloggio temporaneo, in attesa che la loro abitazione nel bosco sia adeguata. “Ribadiamo con assoluta fermezza che è falso quanto si dice in ordine ad un nostro rifiuto sull’aiuto offerto dal sindaco”, precisano, un’affermazione che potrebbe aprire porte a nuove negoziazioni. Personalmente, vedendo come il nostro territorio spesso lotta per bilanciare il rispetto per stili di vita alternativi con le norme di sicurezza, mi chiedo se non sia arrivato il momento di un approccio più collaborativo, anziché punitivo.
Al cuore della storia, però, resta l’educazione dei bambini, un tema che qui, nelle nostre comunità rurali, è sempre stato un misto di orgoglio e sfida. I genitori esprimono frustrazione per il “cortocircuito burocratico” che ha portato al provvedimento del Tribunale. “Ci dispiace profondamente che non si sia avuto modo di dimostrare come l’educazione parentale sia da noi strettamente osservata, curata e gestita”, spiegano, attribuendo il problema a documenti arrivati in ritardo. E aggiungono con emotiva convinzione: “I nostri splendidi bambini sono stati, sono e saranno il baricentro unico e indiscusso del nostro cammino”. Come qualcuno che ha visto crescere generazioni in queste valli, non posso non riflettere su quanto l’istruzione parentale sia un’eredità qui apprezzata, ma anche mal compresa dalle autorità centrali. È una questione che solleva interrogativi sociali: stiamo davvero supportando le famiglie che scelgono un’esistenza più autentica, o le spingiamo ai margini con regole rigide che ignorano le sfumature del territorio?
La lettera si chiude con un appello accorato alla lealtà, ringraziando chi li ha ascoltati ma ammonendo contro narrazioni distorte. “con la lealtà e la serenità che sono imprescindibili laddove sono posti in gioco valori primari della vita delle persone”, concludono, ribadendo che la loro scelta di vivere in questa “straordinaria Terra” è sempre stata per il benessere dei figli. Ora, la palla passa al Tribunale e ai servizi sociali: speriamo che questa apertura porti a un ricongiungimento, perché qui, tra i nostri boschi e le nostre comunità, ogni storia di famiglia è un riflesso della nostra capacità di essere umani e solidali. È un invito a tutti noi a guardare oltre le polemiche e a lavorare per un futuro più equilibrato.